L’apertura del sapere pedagogico al dialogo con le scienze cognitive e con le neuroscienze ha prodotto negli ultimi decenni non soltanto un ampliamento del suo campo d’indagine, ma anche una trasformazione del suo statuto epistemologico, dando luogo a uno spazio di sapere di frontiera: quello delle neuroscienze educative. L’ingresso del corpus di conoscenze neuroscientifiche nel perimetro delle scienze educative – che non dovrebbe tuttavia esaurirsi in una trasposizione eteronoma delle evidenze neuroscientifiche entro i processi educativi e formativi, né tradursi in una riduzione biologica dell’esperienza educativa − solleva com’è noto una questione decisiva: quale terreno metodologico comune può consentire alla pedagogia e alle neuroscienze cognitive di convergere senza smarrire la propria identità disciplinare? Sulla scorta di tale interrogativo, il presente contributo assume come punto di partenza l’idea che ogni impianto metodologico implichi specifici presupposti circa la natura della realtà studiata (il piano ontologico) e le forme di conoscenza ritenute legittime (il piano epistemologico), sia quando il metodo viene inteso, nell’orizzonte della filosofia della scienza di matrice continentale, come insieme di questioni logiche e regole deputati a legittimare le pratiche di ricerca, sia quando esso viene concepito, secondo una prospettiva più marcatamente anglosassone, come insieme di procedure operative finalizzate alla produzione di risultati empiricamente validi (Amaturo & Punziano, 2016). Se, infatti, le neuroscienze, in quanto scienze “dure”, tendono a collocarsi entro un orizzonte realista e nomotetico, orientato all’individuazione di regolarità generalizzabili attraverso metodi prevalentemente quantitativi, la pedagogia, pur avvalendosi anche di strumenti quantitativi, conserva una costitutiva vocazione idiografica, attenta alla singolarità dei soggetti e dei contesti. Per queste ragioni e alla luce del confronto serrato avviatosi nel corso della cosiddetta paradigm war da cui ha progressivamente preso forma il campo dei mixed methods (Tashakkori & Teddlie, 1998; 2008, 2009, 2010; Hesse-Biber & Johnson, 2015), il contributo sostiene che le neuroscienze educative possano trovare un possibile fondamento metodologico coerente in un approccio misto, radicato nel pragmatismo. Seguendo Morgan (1998), il pragmatismo consente infatti di superare opposizioni tradizionalmente pensate come dicotomiche − deduzione/induzione, soggettività/oggettività, nomotetico/idiografico – riconfigurandole non come alternative escludenti, ma come dimensioni tra loro integrabili a seconda delle domande di ricerca e del problema conoscitivo da cui si muove. In tal senso, l’educational neuroscience, in quanto disciplina di confine nata dall’incontro tra pedagogia e neuroscienze cognitive, può essere pensata entro un orizzonte pragmatista adatto a ricomporre istanze esplicative e istanze interpretative. Il meticciamento metodologico e la triangolazione tra la dimensione qualitativa e quantitativa si configurano infatti come strategie privilegiate per integrare dati di natura neuroscientifica con dati osservativi e pedagogici, senza ridurre la complessità dell’esperienza educativa né indebolire la consistenza empirica dell’indagine, assumendo, sulla scorta di Mason (2017) e Mertens e Hesse-Biber (2012), il valore di un processo riflessivo volto a chiarire ciò che differenti forme di dato permettono e non permettono di conoscere.

Fiorello, E., Cappuccio, G. (2026). Le neuroscienze educative e il loro statuto metodologico ed epistemologico. Verso una prospettiva pragmatista fondata sui Mixed Methods. LA SCUOLA E L'UOMO RICERCA.

Le neuroscienze educative e il loro statuto metodologico ed epistemologico. Verso una prospettiva pragmatista fondata sui Mixed Methods

elisabetta fiorello
;
Giuseppa cappuccio
2026-09-01

Abstract

L’apertura del sapere pedagogico al dialogo con le scienze cognitive e con le neuroscienze ha prodotto negli ultimi decenni non soltanto un ampliamento del suo campo d’indagine, ma anche una trasformazione del suo statuto epistemologico, dando luogo a uno spazio di sapere di frontiera: quello delle neuroscienze educative. L’ingresso del corpus di conoscenze neuroscientifiche nel perimetro delle scienze educative – che non dovrebbe tuttavia esaurirsi in una trasposizione eteronoma delle evidenze neuroscientifiche entro i processi educativi e formativi, né tradursi in una riduzione biologica dell’esperienza educativa − solleva com’è noto una questione decisiva: quale terreno metodologico comune può consentire alla pedagogia e alle neuroscienze cognitive di convergere senza smarrire la propria identità disciplinare? Sulla scorta di tale interrogativo, il presente contributo assume come punto di partenza l’idea che ogni impianto metodologico implichi specifici presupposti circa la natura della realtà studiata (il piano ontologico) e le forme di conoscenza ritenute legittime (il piano epistemologico), sia quando il metodo viene inteso, nell’orizzonte della filosofia della scienza di matrice continentale, come insieme di questioni logiche e regole deputati a legittimare le pratiche di ricerca, sia quando esso viene concepito, secondo una prospettiva più marcatamente anglosassone, come insieme di procedure operative finalizzate alla produzione di risultati empiricamente validi (Amaturo & Punziano, 2016). Se, infatti, le neuroscienze, in quanto scienze “dure”, tendono a collocarsi entro un orizzonte realista e nomotetico, orientato all’individuazione di regolarità generalizzabili attraverso metodi prevalentemente quantitativi, la pedagogia, pur avvalendosi anche di strumenti quantitativi, conserva una costitutiva vocazione idiografica, attenta alla singolarità dei soggetti e dei contesti. Per queste ragioni e alla luce del confronto serrato avviatosi nel corso della cosiddetta paradigm war da cui ha progressivamente preso forma il campo dei mixed methods (Tashakkori & Teddlie, 1998; 2008, 2009, 2010; Hesse-Biber & Johnson, 2015), il contributo sostiene che le neuroscienze educative possano trovare un possibile fondamento metodologico coerente in un approccio misto, radicato nel pragmatismo. Seguendo Morgan (1998), il pragmatismo consente infatti di superare opposizioni tradizionalmente pensate come dicotomiche − deduzione/induzione, soggettività/oggettività, nomotetico/idiografico – riconfigurandole non come alternative escludenti, ma come dimensioni tra loro integrabili a seconda delle domande di ricerca e del problema conoscitivo da cui si muove. In tal senso, l’educational neuroscience, in quanto disciplina di confine nata dall’incontro tra pedagogia e neuroscienze cognitive, può essere pensata entro un orizzonte pragmatista adatto a ricomporre istanze esplicative e istanze interpretative. Il meticciamento metodologico e la triangolazione tra la dimensione qualitativa e quantitativa si configurano infatti come strategie privilegiate per integrare dati di natura neuroscientifica con dati osservativi e pedagogici, senza ridurre la complessità dell’esperienza educativa né indebolire la consistenza empirica dell’indagine, assumendo, sulla scorta di Mason (2017) e Mertens e Hesse-Biber (2012), il valore di un processo riflessivo volto a chiarire ciò che differenti forme di dato permettono e non permettono di conoscere.
set-2026
Fiorello, E., Cappuccio, G. (2026). Le neuroscienze educative e il loro statuto metodologico ed epistemologico. Verso una prospettiva pragmatista fondata sui Mixed Methods. LA SCUOLA E L'UOMO RICERCA.
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