Si presentano in questa sede i risultati preliminari delle indagini archeometriche effettuate su una serie di campioni di malta prelevati dall’area delle Fortificazioni orientali del sito archeologico di Halaesa. L’area in questione è posta fra le torri B e C, e comprende un ampio settore delle fortificazioni. Nell’area interna alle mura, le ricerche hanno condotto alla scoperta di uno fra i più estesi impianti termali di Sicilia, probabilmente in uso dagli inizi del I sec. d.C. e crollato intorno al IV sec. d.C. Si tratta di un grande complesso scoperto, al momento, per un’estensione di 500 metri quadri, composto da un piccolo vano di ingresso fiancheggiato da un vano di servizio di dimensioni simili, un ampio cortile porticato e un frigidarium. In un saggio condotto una decina di metri più a Nord sono state scoperte delle strutture che, verosimilmente, sono da ricondurre al caldarium; tuttavia, l’ambiente non è ancora stato scavato integralmente. Le terme si caratterizzano per il vasto uso di malte con diversa funzione (destinazione d’uso), in particolare nell’opus vittatum (che ricorre in quasi tutti gli ambienti). Pregevoli altresì le raffinate decorazioni in stucco, recanti vari motivi, dalle cornici doriche e ioniche a quelle corinzie e lesbie, sino a più singolari motivi floreali direttamente confrontabili con le decorazioni parietali dell’area campana (in voga all’inizio del I sec. d.C.). I decori in stucco probabilmente ricoprivano buona parte delle superfici dell’edificio pubblico, componendo un’articolata decorazione in rilievo che, verosimilmente, creava importanti effetti chiaroscurali. Alla ricca decorazione a rilievo si contrapponeva una decorazione dipinta estremamente semplice, limitata all’uso del colore rosso sotto forma di bande che evidenziavano angoli e spigoli dell’edificio e a sporadici motivi imitanti cornici ioniche (datazione alla prima metà del I sec. d.C.). La probabile pertinenza pubblica dell’edificio, suggerita anche dal rinvenimento di almeno due iscrizioni rispettivamente nei vani 1 e 2, concorre a spiegare l’articolata scelta decorativa. Tuttavia, il modesto livello qualitativo delle superfici al momento della scoperta suscitava non poche perplessità, in particolare per quanto concerne gli stucchi del Vano 1, destinati a comporre i lacunari del soffitto voltato. Già a un primo esame visivo, infatti, risultano evidenti superfici porose, caratterizzate da una certa decoesione e, per lo più, prive dello strato di rivestimento superficiale — generalmente applicato mediante latte di calce — che avrebbe conferito all’insieme un aspetto più omogeneo e accuratamente rifinito. Ci si è chiesti, quindi, se tale mancanza costituisse una scelta deliberata o se piuttosto fosse la spia di un lavoro non finito, o persino un effetto di degrado (dissoluzione chimica e dilavamento) originatosi nel corso della lunga fase di seppellimento della struttura. Di conseguenza, sono scaturite una serie di interrogativi sulla qualità degli stucchi, la natura nonché sui luoghi di approvvigionamento delle materie prime. Si consideri, a tal proposito, che buona parte del materiale da costruzione riscontrato nelle murature delle terme sembrerebbe essere di origine locale, come i blocchi di calcarenite, quarzarenite e calcare marnoso (misti a mattoni di terracotta). Tuttavia, una parte dei materiali risulta con certezza di importazione, come quelli impiegati per la volta, realizzata in piperno — tufo vulcanico di provenienza napoletana — e le diverse lastre di marmo di origine microasiatica destinate agli elementi architettonici di maggior pregio. Alla luce di queste premesse, l’obiettivo dello studio archeometrico preliminare presentato in questa sede è consistito nella caratterizzazione mineralogico‑petrografica delle malte in opera negli ambienti principali, distinguibili anche in base alla loro funzione (principalmente intonaci di rivestimento o destinati a decori a rilievo). Tale obiettivo è stato perseguito mediante il prelievo di un numero limitato di campioni rappresentativi, in conformità ai principi del minimo intervento, ma comunque sufficiente a consentire sia l’analisi mineralogica — condotta tramite diffrattometria a raggi X su campioni in polvere (XRPD) — sia la preparazione di sezioni sottili trasversali e lucide da esaminare al microscopio polarizzatore in luce trasmessa (PLM). I risultati analitici, auspicabilmente, permetteranno di far luce sulle principali scelte tecnologiche e sull’intera “catena operativa” sottesa alla produzione di malte con specifiche caratteristiche prestazionali. L’identificazione dei materiali impiegati per la fabbricazione del legante e di quelli selezionati per la composizione dell’aggregato sabbioso consentirà di immaginare le scelte operative adottate dalle maestranze locali. Sarà così possibile valutare, da un lato, il livello di conoscenza delle georisorse disponibili nel territorio — e quindi l’impiego delle materie prime più facilmente reperibili e di migliore qualità — e, dall’altro, la durevolezza delle malte poste in opera.
Montana, G., Polizzi, G., Randazzo, L. (2025). Caratterizzazione archeometrica preliminare delle malte dell'edificio termale sito in Halaesa Archonidea: risultati derivanti dalle analisi mineralogico-petrografiche. In A. Burgio, G. Polizzi (a cura di), HALAESA ARCHONIDEA - Dallo scavo della città all’analisi dei contesti - Atti del Convegno Internazionale Palermo - Alesa - Castel di Lucio 5-7 dicembre 2024 (pp. 329-340). Palermo : Palermo University Press.
Caratterizzazione archeometrica preliminare delle malte dell'edificio termale sito in Halaesa Archonidea: risultati derivanti dalle analisi mineralogico-petrografiche
Montana G;Polizzi G;Randazzo L
2025-01-01
Abstract
Si presentano in questa sede i risultati preliminari delle indagini archeometriche effettuate su una serie di campioni di malta prelevati dall’area delle Fortificazioni orientali del sito archeologico di Halaesa. L’area in questione è posta fra le torri B e C, e comprende un ampio settore delle fortificazioni. Nell’area interna alle mura, le ricerche hanno condotto alla scoperta di uno fra i più estesi impianti termali di Sicilia, probabilmente in uso dagli inizi del I sec. d.C. e crollato intorno al IV sec. d.C. Si tratta di un grande complesso scoperto, al momento, per un’estensione di 500 metri quadri, composto da un piccolo vano di ingresso fiancheggiato da un vano di servizio di dimensioni simili, un ampio cortile porticato e un frigidarium. In un saggio condotto una decina di metri più a Nord sono state scoperte delle strutture che, verosimilmente, sono da ricondurre al caldarium; tuttavia, l’ambiente non è ancora stato scavato integralmente. Le terme si caratterizzano per il vasto uso di malte con diversa funzione (destinazione d’uso), in particolare nell’opus vittatum (che ricorre in quasi tutti gli ambienti). Pregevoli altresì le raffinate decorazioni in stucco, recanti vari motivi, dalle cornici doriche e ioniche a quelle corinzie e lesbie, sino a più singolari motivi floreali direttamente confrontabili con le decorazioni parietali dell’area campana (in voga all’inizio del I sec. d.C.). I decori in stucco probabilmente ricoprivano buona parte delle superfici dell’edificio pubblico, componendo un’articolata decorazione in rilievo che, verosimilmente, creava importanti effetti chiaroscurali. Alla ricca decorazione a rilievo si contrapponeva una decorazione dipinta estremamente semplice, limitata all’uso del colore rosso sotto forma di bande che evidenziavano angoli e spigoli dell’edificio e a sporadici motivi imitanti cornici ioniche (datazione alla prima metà del I sec. d.C.). La probabile pertinenza pubblica dell’edificio, suggerita anche dal rinvenimento di almeno due iscrizioni rispettivamente nei vani 1 e 2, concorre a spiegare l’articolata scelta decorativa. Tuttavia, il modesto livello qualitativo delle superfici al momento della scoperta suscitava non poche perplessità, in particolare per quanto concerne gli stucchi del Vano 1, destinati a comporre i lacunari del soffitto voltato. Già a un primo esame visivo, infatti, risultano evidenti superfici porose, caratterizzate da una certa decoesione e, per lo più, prive dello strato di rivestimento superficiale — generalmente applicato mediante latte di calce — che avrebbe conferito all’insieme un aspetto più omogeneo e accuratamente rifinito. Ci si è chiesti, quindi, se tale mancanza costituisse una scelta deliberata o se piuttosto fosse la spia di un lavoro non finito, o persino un effetto di degrado (dissoluzione chimica e dilavamento) originatosi nel corso della lunga fase di seppellimento della struttura. Di conseguenza, sono scaturite una serie di interrogativi sulla qualità degli stucchi, la natura nonché sui luoghi di approvvigionamento delle materie prime. Si consideri, a tal proposito, che buona parte del materiale da costruzione riscontrato nelle murature delle terme sembrerebbe essere di origine locale, come i blocchi di calcarenite, quarzarenite e calcare marnoso (misti a mattoni di terracotta). Tuttavia, una parte dei materiali risulta con certezza di importazione, come quelli impiegati per la volta, realizzata in piperno — tufo vulcanico di provenienza napoletana — e le diverse lastre di marmo di origine microasiatica destinate agli elementi architettonici di maggior pregio. Alla luce di queste premesse, l’obiettivo dello studio archeometrico preliminare presentato in questa sede è consistito nella caratterizzazione mineralogico‑petrografica delle malte in opera negli ambienti principali, distinguibili anche in base alla loro funzione (principalmente intonaci di rivestimento o destinati a decori a rilievo). Tale obiettivo è stato perseguito mediante il prelievo di un numero limitato di campioni rappresentativi, in conformità ai principi del minimo intervento, ma comunque sufficiente a consentire sia l’analisi mineralogica — condotta tramite diffrattometria a raggi X su campioni in polvere (XRPD) — sia la preparazione di sezioni sottili trasversali e lucide da esaminare al microscopio polarizzatore in luce trasmessa (PLM). I risultati analitici, auspicabilmente, permetteranno di far luce sulle principali scelte tecnologiche e sull’intera “catena operativa” sottesa alla produzione di malte con specifiche caratteristiche prestazionali. L’identificazione dei materiali impiegati per la fabbricazione del legante e di quelli selezionati per la composizione dell’aggregato sabbioso consentirà di immaginare le scelte operative adottate dalle maestranze locali. Sarà così possibile valutare, da un lato, il livello di conoscenza delle georisorse disponibili nel territorio — e quindi l’impiego delle materie prime più facilmente reperibili e di migliore qualità — e, dall’altro, la durevolezza delle malte poste in opera.| File | Dimensione | Formato | |
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