Se la letteratura, intesa come educazione al vedere, è una «strategia di sopravvivenza» alle tensioni ecologiche del presente (Iovino 2006), la rappresentazione dell’universo vegetale veicola, in molti scrittori del ‘900, il tentativo di ripensare l’umanesimo tradizionale, in funzione dell’interdipendenza fra esseri umani ed elementi naturali. È il caso, ad esempio, del narratore siciliano Nino Savarese, attivo fra gli anni ’20 e ’40 del secolo scorso e interprete di una prosa d’invenzione morale scandita dall’auscultazione del mondo arboreo e, insieme, dalla disamina degli effetti prodotti dall’antropizzazione del paesaggio. Il superamento dell’esclusività antropocentrica si traduce, nella sua opera, nella messa in crisi dei modelli tradizionali di rappresentazione: dal ribaltamento del rapporto asimmetrico uomo-natura, all’impiego del mondo botanico – l’«immenso popolo delle piante» - in funzione retorico-conoscitiva. La coscienza ecologica dell’autore non illumina soltanto la sua visione ideologica, ma detta la sostanza strutturale delle sue opere, allorché i temi ambientali entrano in relazione con le forme del narrare, spesso in direzione saggistico-riflessiva. La filosofia del vivere ‘verde’ si declina allora in una serie di «situazioni rappresentabili» (Scaffai 2020): la relazione osmotica che l’io narrante o i protagonisti dei suoi romanzi instaurano con alberi, piante e fiori - esemplificata da testi quali L’Altipiano (1915), Pensieri e allegorie (1920), Gatteria (1925), La goccia sulla pietra (1930), Rossomanno (1935), Congedi (1937), Cose d’Italia (1940); l’antropizzazione del paesaggio, tipica de I fatti di Petra (1937) e Nostra terra (1939); il tema distopico connesso alla minaccia ecologica e alla catastrofe bellica, evocato in Tinoco (1941) e nella Cronachetta siciliana dell’estate 1943 (1944), in parallelo a quello utopico del ritorno alla natura, oggetto del dramma postumo Terre perdute (1976). Attraverso i testi di Savarese è possibile dunque ricostruire le interconnessioni fra l’umano e il vegetale, nel ribaltamento dell’ideologia dominante, cogliendo altresì nella sua vasta produzione un perfetto correttivo all’«arroganza antropocentrica» (Buell 2005).
Spalanca, L. (2026). «Nell’immenso popolo delle piante»: la Sicilia verde di Nino Savarese. In Verdi brillanti. Riposizionare piante, giardini e foreste nella letteratura e nel cinema dell’Antropocene (pp. 43-51). Firenze : Franco Cesati.
«Nell’immenso popolo delle piante»: la Sicilia verde di Nino Savarese
SPALANCA L
2026-01-01
Abstract
Se la letteratura, intesa come educazione al vedere, è una «strategia di sopravvivenza» alle tensioni ecologiche del presente (Iovino 2006), la rappresentazione dell’universo vegetale veicola, in molti scrittori del ‘900, il tentativo di ripensare l’umanesimo tradizionale, in funzione dell’interdipendenza fra esseri umani ed elementi naturali. È il caso, ad esempio, del narratore siciliano Nino Savarese, attivo fra gli anni ’20 e ’40 del secolo scorso e interprete di una prosa d’invenzione morale scandita dall’auscultazione del mondo arboreo e, insieme, dalla disamina degli effetti prodotti dall’antropizzazione del paesaggio. Il superamento dell’esclusività antropocentrica si traduce, nella sua opera, nella messa in crisi dei modelli tradizionali di rappresentazione: dal ribaltamento del rapporto asimmetrico uomo-natura, all’impiego del mondo botanico – l’«immenso popolo delle piante» - in funzione retorico-conoscitiva. La coscienza ecologica dell’autore non illumina soltanto la sua visione ideologica, ma detta la sostanza strutturale delle sue opere, allorché i temi ambientali entrano in relazione con le forme del narrare, spesso in direzione saggistico-riflessiva. La filosofia del vivere ‘verde’ si declina allora in una serie di «situazioni rappresentabili» (Scaffai 2020): la relazione osmotica che l’io narrante o i protagonisti dei suoi romanzi instaurano con alberi, piante e fiori - esemplificata da testi quali L’Altipiano (1915), Pensieri e allegorie (1920), Gatteria (1925), La goccia sulla pietra (1930), Rossomanno (1935), Congedi (1937), Cose d’Italia (1940); l’antropizzazione del paesaggio, tipica de I fatti di Petra (1937) e Nostra terra (1939); il tema distopico connesso alla minaccia ecologica e alla catastrofe bellica, evocato in Tinoco (1941) e nella Cronachetta siciliana dell’estate 1943 (1944), in parallelo a quello utopico del ritorno alla natura, oggetto del dramma postumo Terre perdute (1976). Attraverso i testi di Savarese è possibile dunque ricostruire le interconnessioni fra l’umano e il vegetale, nel ribaltamento dell’ideologia dominante, cogliendo altresì nella sua vasta produzione un perfetto correttivo all’«arroganza antropocentrica» (Buell 2005).| File | Dimensione | Formato | |
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