La Francia della Terza Repubblica (1870-1940), ormai lontana dagli incerti e puntiformi esordi coloniali del Grand Siècle (rivolti soprattutto alle Americhe e all’Oceano Indiano) e dalla discontinua e perdente politica di acquisizioni di vasti territori d’oltremare del XVIII secolo, nei cinquant’anni successivi all’occupazione della Tunisia (1881) rilancia i propositi della Seconda Repubblica e del Secondo Impero di espandere i domini in Africa, in Asia ed in Oceania. Denominato ufficialmente Second Empire Colonial Français e dotato di uno specifico motto «Trois couleurs, une drapeau, un empire» il “mondo francese” d’oltremare all’inizio del secondo decennio del XX secolo era divenuto una realtà territoriale di tredici milioni di chilometri quadrati con oltre cento milioni di abitanti. Era, dunque, un formidabile dominio intercontinentale, secondo solo al ben più vasto impero coloniale britannico (pervenuto nello stesso periodo ad un’estensione di circa trentasei milioni di chilometri quadrati con quasi mezzo miliardo di abitanti). Già nella fase matura della Belle Èpoque, ormai ridimensionate con innegabile durezza le ultime sacche di resistenza, la politica coloniale francese si poneva come obiettivi una più efficiente organizzazione dello sfruttamento economico (che includesse anche il reimpiego di risorse nei singoli possedimenti per miglioramenti infrastrutturali e per l’adeguamento a più elevati standard di vita), l’incentivazione dell’immigrazione di cittadini francesi (anche in funzione di un potenziamento della presenza metropolitana), una più accorta politica di consensi dei nativi e una più consona organizzazione amministrativa e istituzionale dei vari territori. La Terza Repubblica non solamente si arrogava, ora, il ruolo di potenza globale ma rivendicava la primogenitura della nuova ed evoluta visione dell’idea stessa di impero coloniale (invero attuata solo in alcuni dei suoi domini); non più opportunisticamente e retoricamente ventilato come mandato civilizzatore, di chiara marca positivista (in nome della quale gli europei, nello slancio colonialista finale del secondo Ottocento, si erano avocati il diritto di sovrapporre alle realtà locali il proprio ordine), il nuovo corso della politica coloniale voleva guadagnare alla “Douce France” il profilo di nazione guida di uno sviluppo moderno della compagine di popolazioni governate e però rispettosa delle relative culture e peculiarità. Non a caso, era stato proprio nella fase matura della Belle Èpoque, e poi fra le due guerre mondiali, che nelle città europeizzate del Maghreb, cioè nella colonia di Algeria e nei protettorati di Tunisia e Marocco, la produzione edilizia francese più rappresentativa, sia pubblica che privata, abbandonati i formulari classicisti Beaux Arts, portatori di una cultura architettonica allogena imposta, aveva adottato il nuovo stile arabisance, alquanto modulabile in variabili e decisamente improntato a moventi relazionali con il contesto. Prima in Tunisia, con le fondazioni delle Villes Neuve francesi concepite come cospicue addizioni giustapposte agli antichi nuclei di Tunisi, Sousse, Biserta e Sfax, poi in Marocco, con gli ampliamenti promossi dal maresciallo Louis Hubert Gonzalve Lyautey per le città di Casablanca, Fez, Marrakech, Meknes e Rabat, le politiche gestionali dell’istituto del protettorato francese affinano metodologie e strategie operative consumando una complessa vicenda urbanistica che passa dalle procedure e dai modi impositivi, anche in termini di scelte formali, di sistemi di pianificazione e di produzione edilizia (propri delle logiche da dominio) a ponderati interventi e modalità esecutive relazionabili alla realtà dei contesti. È principalmente Lyautey a inaugurare questo nuovo corso, impegnandosi anche nella salvaguardia delle architetture storiche (anche quelle non “monumentali”) e degli assetti urbani delle medine; un proposito perseguito di pari passo con il tentativo di regolamentare la penetrazione europea (negli affari e nello sviluppo dei nuovi quartieri) e con la messa a punto di un fondamentale documento di legislazione urbanistica. Anche associando la sua lungimirante azione amministrativa all’eccellente attività di Henri Prost, quale progettista cooptato dall’autorità governatoriale per la pianificazione degli ampliamenti urbani promossi dal protettorato, Lyautey avrebbe dato impulso ad uno sviluppo moderno, ma compatibile, delle principali città storiche del Marocco Francese nel pieno rispetto degli insediamenti preesistenti.

SESSA, E. (2012). NUOVE FONDAZIONI NEI PROTETTORATI FRANCESI DEL MAGHREB. In A. CASAMENTO (a cura di), FONDAZIONI URBANE. CITTA' NUOVE EUROPEE DAL MEDIOEVO AL NOVECENTO (pp. 373-390). ROMA : EDIZIONI KAPPA.

NUOVE FONDAZIONI NEI PROTETTORATI FRANCESI DEL MAGHREB

SESSA, Ettore
2012

Abstract

La Francia della Terza Repubblica (1870-1940), ormai lontana dagli incerti e puntiformi esordi coloniali del Grand Siècle (rivolti soprattutto alle Americhe e all’Oceano Indiano) e dalla discontinua e perdente politica di acquisizioni di vasti territori d’oltremare del XVIII secolo, nei cinquant’anni successivi all’occupazione della Tunisia (1881) rilancia i propositi della Seconda Repubblica e del Secondo Impero di espandere i domini in Africa, in Asia ed in Oceania. Denominato ufficialmente Second Empire Colonial Français e dotato di uno specifico motto «Trois couleurs, une drapeau, un empire» il “mondo francese” d’oltremare all’inizio del secondo decennio del XX secolo era divenuto una realtà territoriale di tredici milioni di chilometri quadrati con oltre cento milioni di abitanti. Era, dunque, un formidabile dominio intercontinentale, secondo solo al ben più vasto impero coloniale britannico (pervenuto nello stesso periodo ad un’estensione di circa trentasei milioni di chilometri quadrati con quasi mezzo miliardo di abitanti). Già nella fase matura della Belle Èpoque, ormai ridimensionate con innegabile durezza le ultime sacche di resistenza, la politica coloniale francese si poneva come obiettivi una più efficiente organizzazione dello sfruttamento economico (che includesse anche il reimpiego di risorse nei singoli possedimenti per miglioramenti infrastrutturali e per l’adeguamento a più elevati standard di vita), l’incentivazione dell’immigrazione di cittadini francesi (anche in funzione di un potenziamento della presenza metropolitana), una più accorta politica di consensi dei nativi e una più consona organizzazione amministrativa e istituzionale dei vari territori. La Terza Repubblica non solamente si arrogava, ora, il ruolo di potenza globale ma rivendicava la primogenitura della nuova ed evoluta visione dell’idea stessa di impero coloniale (invero attuata solo in alcuni dei suoi domini); non più opportunisticamente e retoricamente ventilato come mandato civilizzatore, di chiara marca positivista (in nome della quale gli europei, nello slancio colonialista finale del secondo Ottocento, si erano avocati il diritto di sovrapporre alle realtà locali il proprio ordine), il nuovo corso della politica coloniale voleva guadagnare alla “Douce France” il profilo di nazione guida di uno sviluppo moderno della compagine di popolazioni governate e però rispettosa delle relative culture e peculiarità. Non a caso, era stato proprio nella fase matura della Belle Èpoque, e poi fra le due guerre mondiali, che nelle città europeizzate del Maghreb, cioè nella colonia di Algeria e nei protettorati di Tunisia e Marocco, la produzione edilizia francese più rappresentativa, sia pubblica che privata, abbandonati i formulari classicisti Beaux Arts, portatori di una cultura architettonica allogena imposta, aveva adottato il nuovo stile arabisance, alquanto modulabile in variabili e decisamente improntato a moventi relazionali con il contesto. Prima in Tunisia, con le fondazioni delle Villes Neuve francesi concepite come cospicue addizioni giustapposte agli antichi nuclei di Tunisi, Sousse, Biserta e Sfax, poi in Marocco, con gli ampliamenti promossi dal maresciallo Louis Hubert Gonzalve Lyautey per le città di Casablanca, Fez, Marrakech, Meknes e Rabat, le politiche gestionali dell’istituto del protettorato francese affinano metodologie e strategie operative consumando una complessa vicenda urbanistica che passa dalle procedure e dai modi impositivi, anche in termini di scelte formali, di sistemi di pianificazione e di produzione edilizia (propri delle logiche da dominio) a ponderati interventi e modalità esecutive relazionabili alla realtà dei contesti. È principalmente Lyautey a inaugurare questo nuovo corso, impegnandosi anche nella salvaguardia delle architetture storiche (anche quelle non “monumentali”) e degli assetti urbani delle medine; un proposito perseguito di pari passo con il tentativo di regolamentare la penetrazione europea (negli affari e nello sviluppo dei nuovi quartieri) e con la messa a punto di un fondamentale documento di legislazione urbanistica. Anche associando la sua lungimirante azione amministrativa all’eccellente attività di Henri Prost, quale progettista cooptato dall’autorità governatoriale per la pianificazione degli ampliamenti urbani promossi dal protettorato, Lyautey avrebbe dato impulso ad uno sviluppo moderno, ma compatibile, delle principali città storiche del Marocco Francese nel pieno rispetto degli insediamenti preesistenti.
Settore ICAR/18 - Storia Dell'Architettura
SESSA, E. (2012). NUOVE FONDAZIONI NEI PROTETTORATI FRANCESI DEL MAGHREB. In A. CASAMENTO (a cura di), FONDAZIONI URBANE. CITTA' NUOVE EUROPEE DAL MEDIOEVO AL NOVECENTO (pp. 373-390). ROMA : EDIZIONI KAPPA.
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