We have been brought up, by the legal system, to accept Shakespearian aphorism “What’s in a name? that which we call a rose by any other name would smell as sweet”. It is a principle that, applied to the less poetic world of law, exalts the essence of an act, of his content and reduces the importance of nomen iuris. However, sometimes a bold use of a “word” hides traps that could have repercussions on individual right of defense. I’m referring to the inspection of investigative police, where legislative inaction and deviant operative practices live together and which it is possible to remedy, paradoxically, only with the help of a nominalistic order. This one, impracticable on the legislative plan because of the atypical and numerous activities of investigative police, becomes necessary on the operative plan, in order to prevent a bold, unredeemable and intolerable deprivation of fundamental human rights.

L’ordinamento giuridico ci ha abituato all’accettazione dell’aforisma shakespeariano in virtù del quale “ciò che noi chiamiamo con il nome rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, avrebbe pur sempre lo stesso dolce profumo”. Si tratta di un principio che, applicato al meno poetico mondo del diritto, esalta la sostanza di un atto, il suo contenuto giuridico, ponendo sul piano dell’irrilevanza la veste formale del nomen iuris. A volte, però, l’impiego disinvolto di un termine può celare insidie che incidono irrimediabilmente sulle garanzie difensive dell’individuo. Il riferimento è al c.d. sopralluogo di polizia giudiziaria nel quale convivono incertezze normative e prassi operative devianti, alle quali si può porre rimedio, paradossalmente, solo attraverso un ordine nominalistico che, ineseguibile a livello legislativo, stante la variegata categoria delle attività di indagine della polizia giudiziaria, si impone quantomeno a livello operativo, al fine di scongiurare il rischio di una disinvolta, irredimibile, quanto inaccettabile compressione dei diritti fondamentali dell’individuo.

LOMBARDO, E. (2013). Il sopralluogo di polizia giudiziaria. Tra latitanze legislative e prassi operative devianti. PROCESSO PENALE E GIUSTIZIA, 1, 92-99.

Il sopralluogo di polizia giudiziaria. Tra latitanze legislative e prassi operative devianti

LOMBARDO, Emilia
2013

Abstract

L’ordinamento giuridico ci ha abituato all’accettazione dell’aforisma shakespeariano in virtù del quale “ciò che noi chiamiamo con il nome rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, avrebbe pur sempre lo stesso dolce profumo”. Si tratta di un principio che, applicato al meno poetico mondo del diritto, esalta la sostanza di un atto, il suo contenuto giuridico, ponendo sul piano dell’irrilevanza la veste formale del nomen iuris. A volte, però, l’impiego disinvolto di un termine può celare insidie che incidono irrimediabilmente sulle garanzie difensive dell’individuo. Il riferimento è al c.d. sopralluogo di polizia giudiziaria nel quale convivono incertezze normative e prassi operative devianti, alle quali si può porre rimedio, paradossalmente, solo attraverso un ordine nominalistico che, ineseguibile a livello legislativo, stante la variegata categoria delle attività di indagine della polizia giudiziaria, si impone quantomeno a livello operativo, al fine di scongiurare il rischio di una disinvolta, irredimibile, quanto inaccettabile compressione dei diritti fondamentali dell’individuo.
Settore IUS/16 - Diritto Processuale Penale
LOMBARDO, E. (2013). Il sopralluogo di polizia giudiziaria. Tra latitanze legislative e prassi operative devianti. PROCESSO PENALE E GIUSTIZIA, 1, 92-99.
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