L’intelligenza artificiale generativa rende disponibili immagini, icone, layout e variazioni stilistiche in tempi sempre più brevi. Questa accelerazione sposta il problema del design dalla produzione della forma alla costruzione dei criteri che la rendono significativa, comprensibile e responsabile. Il paper interpreta questo passaggio attraverso un’analisi storico-critica del caso di Susan Kare e delle icone del Macintosh, assunto come dispositivo comparativo per osservare la funzione mediatrice del design in una fase di transizione tecnologica. La ricostruzione mette in relazione fonti storiografiche, testimonianze pubbliche della designer e documentazione museale relativa al processo progettuale delle icone. Negli anni Ottanta, il personal computer richiedeva un linguaggio visivo capace di tradurre comandi informatici astratti in azioni riconoscibili. Kare risponde a questa condizione lavorando tra carta millimetrata, griglia bitmap e vincoli di 32×32 pixel, trasformando la scarsità tecnica in una grammatica dell’interfaccia. Il confronto con l’AI generativa evidenzia una diversa condizione progettuale: non più la scarsità del segno, ma l’eccedenza degli output. Dal pixel al prompt, il compito del designer resta quello di costruire mediazioni tra possibilità tecnica, contesto d’uso e significato culturale. L’automazione non rende marginale il design, ma ne rende più esplicita la funzione critica: selezionare, orientare, argomentare e rendere valutabile ciò che la macchina produce. In prospettiva formativa, questa trasformazione richiede competenze storiche, semiotiche e critiche capaci di distinguere la generazione di forme dalla produzione di senso.
Russo, D., Morvillo, S. (2026). DAL PIXEL AL PROMPT SUSAN KARE E IL DESIGN COME MEDIAZIONE NELLE SOGLIE TECNOLOGICHE. PROGETTO GRAFICO, 190-211 [10.82068/pgjournal.2026.23.43.08].
DAL PIXEL AL PROMPT SUSAN KARE E IL DESIGN COME MEDIAZIONE NELLE SOGLIE TECNOLOGICHE
dario russo
;samuele morvillo
2026-11-03
Abstract
L’intelligenza artificiale generativa rende disponibili immagini, icone, layout e variazioni stilistiche in tempi sempre più brevi. Questa accelerazione sposta il problema del design dalla produzione della forma alla costruzione dei criteri che la rendono significativa, comprensibile e responsabile. Il paper interpreta questo passaggio attraverso un’analisi storico-critica del caso di Susan Kare e delle icone del Macintosh, assunto come dispositivo comparativo per osservare la funzione mediatrice del design in una fase di transizione tecnologica. La ricostruzione mette in relazione fonti storiografiche, testimonianze pubbliche della designer e documentazione museale relativa al processo progettuale delle icone. Negli anni Ottanta, il personal computer richiedeva un linguaggio visivo capace di tradurre comandi informatici astratti in azioni riconoscibili. Kare risponde a questa condizione lavorando tra carta millimetrata, griglia bitmap e vincoli di 32×32 pixel, trasformando la scarsità tecnica in una grammatica dell’interfaccia. Il confronto con l’AI generativa evidenzia una diversa condizione progettuale: non più la scarsità del segno, ma l’eccedenza degli output. Dal pixel al prompt, il compito del designer resta quello di costruire mediazioni tra possibilità tecnica, contesto d’uso e significato culturale. L’automazione non rende marginale il design, ma ne rende più esplicita la funzione critica: selezionare, orientare, argomentare e rendere valutabile ciò che la macchina produce. In prospettiva formativa, questa trasformazione richiede competenze storiche, semiotiche e critiche capaci di distinguere la generazione di forme dalla produzione di senso.| File | Dimensione | Formato | |
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