Nell’attuale momento storico, caratterizzato da una pervasiva condizione di rischi globali, le macro-minacce, quali la crisi ecosistemica, gli assetti geopolitici e le accelerazioni tecnocratiche, sembrerebbero esercitare costantemente un’egemonia assoluta sull’immaginario collettivo e sulla costruzione delle visioni future, innescando un profondo iato tra l’oggettività di questi fenomeni e la loro interiorizzazione soggettiva. Di conseguenza, le problematiche globali, spesso sentite come astratte, cedono il passo alla concretezza delle paure avvertite nella quotidianità. La dimensione globale appare distante dalla rappresentazione di un pericolo percepito, invece, come vicino e immediato. Si costruisce, dunque, un paradosso legato alla percezione della complessità dei processi globali, che risultano emotivamente impercettibili a causa della natura impersonale degli stessi, e i processi locali spesso sovrarappresentati. La figura del “migrante” si presenta, nel contesto delle dinamiche della rappresentazione collettiva, come una categoria reificata che funge da fattore stimolante di una pluralità di paure: dall’alterità radicale verso l’ignoto alla resistenza verso i mutamenti strutturali, fino alla percezione della vulnerabilità del sé. In questa prospettiva, il migrante diviene un capro espiatorio e un’occasione per proiettare continue ansie derivanti da processi macro-sociali ben più complessi, quali la precarizzazione del mercato del lavoro, la fragilizzazione dei legami comunitari e l’erosione della capacità regolativa delle istituzioni.
Tumminelli, G. (2026). La costruzione sociale dell’alterità: tra percezione del rischio e aporofobia. In G. Tumminelli (a cura di), Visibilità a margine. Migrazioni, esclusione e riconoscimento nelle società (pp. 13-28). Milano : FrancoAngeli.
La costruzione sociale dell’alterità: tra percezione del rischio e aporofobia
Giuseppina Tumminelli
2026-01-01
Abstract
Nell’attuale momento storico, caratterizzato da una pervasiva condizione di rischi globali, le macro-minacce, quali la crisi ecosistemica, gli assetti geopolitici e le accelerazioni tecnocratiche, sembrerebbero esercitare costantemente un’egemonia assoluta sull’immaginario collettivo e sulla costruzione delle visioni future, innescando un profondo iato tra l’oggettività di questi fenomeni e la loro interiorizzazione soggettiva. Di conseguenza, le problematiche globali, spesso sentite come astratte, cedono il passo alla concretezza delle paure avvertite nella quotidianità. La dimensione globale appare distante dalla rappresentazione di un pericolo percepito, invece, come vicino e immediato. Si costruisce, dunque, un paradosso legato alla percezione della complessità dei processi globali, che risultano emotivamente impercettibili a causa della natura impersonale degli stessi, e i processi locali spesso sovrarappresentati. La figura del “migrante” si presenta, nel contesto delle dinamiche della rappresentazione collettiva, come una categoria reificata che funge da fattore stimolante di una pluralità di paure: dall’alterità radicale verso l’ignoto alla resistenza verso i mutamenti strutturali, fino alla percezione della vulnerabilità del sé. In questa prospettiva, il migrante diviene un capro espiatorio e un’occasione per proiettare continue ansie derivanti da processi macro-sociali ben più complessi, quali la precarizzazione del mercato del lavoro, la fragilizzazione dei legami comunitari e l’erosione della capacità regolativa delle istituzioni.| File | Dimensione | Formato | |
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