The Supreme Court’s ruling No. 40791/2025 is noteworthy because it is, in all likelihood, the first Supreme Court decision to specifically address the judicial assessment of “restorative outcomes.” In reviewing a conviction for the crime of gang rape, aggravated by the use of alcohol, the Supreme Court justices established the legal principle that, for the purposes of applying the mitigating circumstance provided for in Article 62(6), last part, of the Criminal Code, and determining the sentence pursuant to Article 133 of the Criminal Code (the latter referred to in Article 58, paragraph 1, of Legislative Decree No. 150 of October 10, 2022), the judge must take into account not only the completion of a program defined as having a “restorative outcome,” but also one that did not conclude successfully due to circumstances beyond the control of the person identified as the perpetrator of the offense. In an attempt to prioritize the rehabilitative function, the ruling ends up giving rise to a purely offender-centered concept of restorative justice, skewed toward the needs of the perpetrator. This choice appears even more problematic in the context of sexual offenses, and in particular, gang rape. In this specific case, the collective nature of the assault amplifies the victim’s trauma, making the intersubjective wound even deeper. The recognition of a mitigating factor based on the absence of a “victim” and “consequences” strains the legal framework and renders that principle meaningless.
La sentenza della Cassazione n. 40791/2025 si segnala all’attenzione perché è, verosimilmente, la prima pronuncia di legittimità che si sofferma in modo specifico sulla valutazione giudiziale degli «esiti riparativi». Intervenendo su una condanna per il reato di violenza sessuale di gruppo, aggravato dall’uso di sostanze alcoliche, i giudici di legittimità esprimono il principio di diritto secondo il quale, ai fini dell’applicazione della circostanza attenuante di cui all’art. 62, n. 6, ultima parte, c.p. e della determinazione della pena ai sensi dell’art. 133 c.p. (quest’ultimo richiamato dall’art. 58, comma 1, d.lgs. 10 ottobre 2022, n. 150), il giudice deve tenere in considerazione non soltanto lo svolgimento di un programma definitosi con «esito riparativo», ma anche quello non conclusosi positivamente per fatti indipendenti dalla volontà della persona indicata come autore dell’offesa. Nel tentativo di privilegiare la funzione rieducativa, la sentenza finisce per dare vita a un’idea di giustizia riparativa puramente reo-centrica, sbilanciata sulle esigenze dell’autore. Tale scelta appare ancor più critica nel perimetro dei reati sessuali, e in particolare della violenza sessuale di gruppo. In questa fattispecie, la dimensione collettiva della sopraffazione amplifica il trauma della vittima, rendendo ancora più profonda la ferita intersoggettiva. Il riconoscimento di un’attenuante «senza vittima» e «senza esito» forza il dato normativo e svuota di significato quel percorso intersoggettivo che dovrebbe costituire il cuore pulsante della giustizia riparativa. La Cassazione giunge a tracciare con linee contorte l’immagine ossimorica di una giustizia riparativa senza «l’altro», vanificando di fatto la portata relazionale di una riforma che le ha dato voce dopo tanti anni di sperimentazione
Parisi, F. (2026). Un’attenuante senza vittima e senza «esito riparativo»? Sugli instabili equilibri tra giustizia riparativa e rieducazione in un caso di violenza sessuale di gruppo. IL FORO ITALIANO, 321-328.
Un’attenuante senza vittima e senza «esito riparativo»? Sugli instabili equilibri tra giustizia riparativa e rieducazione in un caso di violenza sessuale di gruppo
Francesco Parisi
2026-01-01
Abstract
The Supreme Court’s ruling No. 40791/2025 is noteworthy because it is, in all likelihood, the first Supreme Court decision to specifically address the judicial assessment of “restorative outcomes.” In reviewing a conviction for the crime of gang rape, aggravated by the use of alcohol, the Supreme Court justices established the legal principle that, for the purposes of applying the mitigating circumstance provided for in Article 62(6), last part, of the Criminal Code, and determining the sentence pursuant to Article 133 of the Criminal Code (the latter referred to in Article 58, paragraph 1, of Legislative Decree No. 150 of October 10, 2022), the judge must take into account not only the completion of a program defined as having a “restorative outcome,” but also one that did not conclude successfully due to circumstances beyond the control of the person identified as the perpetrator of the offense. In an attempt to prioritize the rehabilitative function, the ruling ends up giving rise to a purely offender-centered concept of restorative justice, skewed toward the needs of the perpetrator. This choice appears even more problematic in the context of sexual offenses, and in particular, gang rape. In this specific case, the collective nature of the assault amplifies the victim’s trauma, making the intersubjective wound even deeper. The recognition of a mitigating factor based on the absence of a “victim” and “consequences” strains the legal framework and renders that principle meaningless.| File | Dimensione | Formato | |
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(2026) Parisi, Attenuante senza vittima e senza esito riparativo, Foro it_5_2026 (1).pdf
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