Roger Caillois's research on animal mimicry, initiated in the Surrealist field as early as the 1930s, was based on some interests in entomology and primitive societies, solid studies on myth and some forays into psychopathology, while the explanations provided traced the phenomenon back to a need for assimilation to space and an inertia of life momentum, in open contrast to Darwinian theories of natural selection. A non-utilitarian interpretation made mimicry a "wasteful luxury" of some animal species that, for non-adaptive reasons, deploy certain precise types of behavior: invisibility, disguise and initimidation. Thus reread, mimicry is not based solely on resemblance to a model, but is first and foremost a strategy of reciprocal gazes between predator and prey, a use of particular devices inside or outside the animal body, which allow it to transform itself into something else, and a reformulation of the distinction between individual and surrounding space, according to a haptic and multimodal theory of vision. These are practices that directly address fundamental questions of visuality and inaugurate unusual scopic regimes that, reread from a posthumanist perspective, allow for a deterritorialization of images, a depersonalization of gazes, and a refunctionalization of media, as reconsidered recently by Elizabeth Grosz, Jurri Parikka, and Pooja Rangan. These are only some of the contemporary interpretations of the Cailloisian theory of animal mimicry, those that have inaugurated new research perspectives and enabled the biocultural turn in visual culture studies that finds fertile humus in the early twentieth century.

La ricerca di Roger Caillois sul mimetismo animale, avviata in ambito surrealista già negli anni Trenta, si fondava su alcuni interessi per l’entomologia e le società primitive, su solidi studi sul mito e alcune incursioni nella psicopatologia, mentre le spiegazioni fornite riconducevano il fenomeno a una necessità di assimilazione allo spazio e a una inerzia dello slancio di vita, in aperto contrasto con le teorie darwiniane della selezione naturale. Una interpretazione non utilitaristica faceva del mimetismo un “lusso dispendioso” di alcune specie animali che, per ragioni non adattive, mettono in campo alcune tipologie precise di comportamenti: l’invisibilità, il travestimento e l’initimidazione. Così riletto il mimetismo non è basato esclusivamente sulla somiglianza ad un modello, ma è innanzitutto una strategia di sguardi reciproci tra predatore e preda, un utilizzo di particolari dispositivi interni o esterni al corpo animale, che permettono di trasformarsi in altro, e una riformulazione della distinzione tra individuo e spazio circostante, secondo una teoria della visione aptica e multimodale. Sono pratiche che riguardano direttamente questioni fondamentali della visualità e inaugurano regimi scopici inusuali che, riletti in una prospettiva postumanista, consentono una deterritorializzazione delle immagini, una spersonalizzazione degli sguardi e una rifunzionalizzazione dei media, così come le hanno riconsiderate recentemente Elizabeth Grosz, Jurri Parikka e Pooja Rangan. Si tratta solo di alcune delle interpretazioni contemporanee della teoria cailloisiana sul mimetismo animale, quelle che hanno inaugurato nuove prospettive di ricerca e hanno permesso di operare quella svolta bioculturale negli studi di cultura visuale che ritrova nei primi anni del Novecento un humus fertile

Coglitore, R. (2022). Sopravvivenze del mimetismo animale: lo sguardo, l’aptico e il postumano. In M. Cometa, R. Coglitore, V. Cammarata (a cura di), Cultura visuale in Italia. Immagini, sguardi, dispositivi (pp. 151-182). Milano : Meltemi editore.

Sopravvivenze del mimetismo animale: lo sguardo, l’aptico e il postumano

Coglitore, Roberta
2022

Abstract

La ricerca di Roger Caillois sul mimetismo animale, avviata in ambito surrealista già negli anni Trenta, si fondava su alcuni interessi per l’entomologia e le società primitive, su solidi studi sul mito e alcune incursioni nella psicopatologia, mentre le spiegazioni fornite riconducevano il fenomeno a una necessità di assimilazione allo spazio e a una inerzia dello slancio di vita, in aperto contrasto con le teorie darwiniane della selezione naturale. Una interpretazione non utilitaristica faceva del mimetismo un “lusso dispendioso” di alcune specie animali che, per ragioni non adattive, mettono in campo alcune tipologie precise di comportamenti: l’invisibilità, il travestimento e l’initimidazione. Così riletto il mimetismo non è basato esclusivamente sulla somiglianza ad un modello, ma è innanzitutto una strategia di sguardi reciproci tra predatore e preda, un utilizzo di particolari dispositivi interni o esterni al corpo animale, che permettono di trasformarsi in altro, e una riformulazione della distinzione tra individuo e spazio circostante, secondo una teoria della visione aptica e multimodale. Sono pratiche che riguardano direttamente questioni fondamentali della visualità e inaugurano regimi scopici inusuali che, riletti in una prospettiva postumanista, consentono una deterritorializzazione delle immagini, una spersonalizzazione degli sguardi e una rifunzionalizzazione dei media, così come le hanno riconsiderate recentemente Elizabeth Grosz, Jurri Parikka e Pooja Rangan. Si tratta solo di alcune delle interpretazioni contemporanee della teoria cailloisiana sul mimetismo animale, quelle che hanno inaugurato nuove prospettive di ricerca e hanno permesso di operare quella svolta bioculturale negli studi di cultura visuale che ritrova nei primi anni del Novecento un humus fertile
Settore L-FIL-LET/14 - Critica Letteraria E Letterature Comparate
Coglitore, R. (2022). Sopravvivenze del mimetismo animale: lo sguardo, l’aptico e il postumano. In M. Cometa, R. Coglitore, V. Cammarata (a cura di), Cultura visuale in Italia. Immagini, sguardi, dispositivi (pp. 151-182). Milano : Meltemi editore.
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