Gli ultimi decenni della storia linguistica del nostro Paese sono stati scanditi da una serie di rapidi e importanti mutamenti dell’assetto sociolinguistico: l’italiano, sempre più orientato sull’asse dell’oralità, è cambiato anche nella canzone che a poco a poco si è aperta ai tratti del parlato scrollandosi di dosso l’insieme di “for¬mule” ereditate dal passato. In questa cesura col passato, la tendenza alla ricerca di una lingua che riproponesse i tratti del parlato ha ovviamente favorito anche una significativa sporgenza verso il dialetto. Se nella percezione di un artista, la sua canzone “coincide” con il testo che egli ha scritto, non sempre, per chi voglia studiarne le caratteristiche linguistico-testuali, appare promettente assumere a oggetto d’analisi il testo risultante dalla scrittura dell’autore. Se della scrittura dialettale non esiste uno standard condiviso, se le canzoni tendono a riproporre i tratti del dialetto letterario – tratti ben distanti da quelli che si odono nel parlato come nel cantato – diventa allora ineludibile rivolgersi a un modello che contempli una più ampia dimensione variazionale in grado di evidenziare, valutare e “misurare” l’eventuale scarto tra dialetto scritto, dialetto parlato e dialetto cantato. Se si prende a esempio la Sicilia, si nota come, negli ultimi anni sdoganamento del dialetto e reazione alla globaliz-zazione sembrano spingere la lingua delle canzoni verso soluzioni forte¬mente ancorate ai luoghi e ai microluoghi del vissuto degli artisti,. Così, se dagli anni Ottanta agli anni Zero la produzione cantautorale in Sicilia è apparsa caratterizzata da una lingua (scritta e cantata) distante dalle varietà locali e tendente al dialetto oggi si osserva nei giovani cantautori un sostanziale abbandono del dialetto coinizzante a favore di un dialetto marcato in diatopia (con una scelta ovviamente più o meno “agevolata” da una certa competenza attiva del codice. Questa nuovissima situazione impone la necessità di accostarsi al testo dialet¬tale nella sua dimensione diamesica di testo “cantato”, dimensione che sembra ga¬rantire la possibilità di imboccare alcune vie tra le più promettenti per continuare a studiare la canzone dialettale ai tempi della neodialettalità: 1) scarto tra dialetto scritto e dialetto cantato; 2) scarto tra dialetto parlato nella comunità di riferimen¬to dell’artista e dialetto cantato; 3) scarto tra dialetto cantato e competenza del codice dei diversi artisti, soprattutto quelli più giovani.

Roberto Sottile (2020). L’USO DEL DIALETTO NELLA CANZONE. STUDI, TENDENZE, PROSPETTIVE DI RICERCA. In L. Coveri, P. Diadori (a cura di), L’italiano lungo le vie della musica: la canzone (pp. 15-22). Firenze : Cesati.

L’USO DEL DIALETTO NELLA CANZONE. STUDI, TENDENZE, PROSPETTIVE DI RICERCA

Roberto Sottile
2020

Abstract

Gli ultimi decenni della storia linguistica del nostro Paese sono stati scanditi da una serie di rapidi e importanti mutamenti dell’assetto sociolinguistico: l’italiano, sempre più orientato sull’asse dell’oralità, è cambiato anche nella canzone che a poco a poco si è aperta ai tratti del parlato scrollandosi di dosso l’insieme di “for¬mule” ereditate dal passato. In questa cesura col passato, la tendenza alla ricerca di una lingua che riproponesse i tratti del parlato ha ovviamente favorito anche una significativa sporgenza verso il dialetto. Se nella percezione di un artista, la sua canzone “coincide” con il testo che egli ha scritto, non sempre, per chi voglia studiarne le caratteristiche linguistico-testuali, appare promettente assumere a oggetto d’analisi il testo risultante dalla scrittura dell’autore. Se della scrittura dialettale non esiste uno standard condiviso, se le canzoni tendono a riproporre i tratti del dialetto letterario – tratti ben distanti da quelli che si odono nel parlato come nel cantato – diventa allora ineludibile rivolgersi a un modello che contempli una più ampia dimensione variazionale in grado di evidenziare, valutare e “misurare” l’eventuale scarto tra dialetto scritto, dialetto parlato e dialetto cantato. Se si prende a esempio la Sicilia, si nota come, negli ultimi anni sdoganamento del dialetto e reazione alla globaliz-zazione sembrano spingere la lingua delle canzoni verso soluzioni forte¬mente ancorate ai luoghi e ai microluoghi del vissuto degli artisti,. Così, se dagli anni Ottanta agli anni Zero la produzione cantautorale in Sicilia è apparsa caratterizzata da una lingua (scritta e cantata) distante dalle varietà locali e tendente al dialetto oggi si osserva nei giovani cantautori un sostanziale abbandono del dialetto coinizzante a favore di un dialetto marcato in diatopia (con una scelta ovviamente più o meno “agevolata” da una certa competenza attiva del codice. Questa nuovissima situazione impone la necessità di accostarsi al testo dialet¬tale nella sua dimensione diamesica di testo “cantato”, dimensione che sembra ga¬rantire la possibilità di imboccare alcune vie tra le più promettenti per continuare a studiare la canzone dialettale ai tempi della neodialettalità: 1) scarto tra dialetto scritto e dialetto cantato; 2) scarto tra dialetto parlato nella comunità di riferimen¬to dell’artista e dialetto cantato; 3) scarto tra dialetto cantato e competenza del codice dei diversi artisti, soprattutto quelli più giovani.
Settore L-FIL-LET/12 - Linguistica Italiana
Roberto Sottile (2020). L’USO DEL DIALETTO NELLA CANZONE. STUDI, TENDENZE, PROSPETTIVE DI RICERCA. In L. Coveri, P. Diadori (a cura di), L’italiano lungo le vie della musica: la canzone (pp. 15-22). Firenze : Cesati.
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