This essay deals with the theme of "realized aesthetics", focusing on the peculiar way by which it takes place in the case of architecture. Actual "fragments" of the discipline of Aesthetics randomly crop up in the "discourse" on architecture: either as proper theory or as teaching or as client/architect relationship. Architectural design indeed quite often is born by means of a dialogue between "mother" architect and "father" client (Filarete, Wright). To this respect the author propose the definition of architectural design as "aesthetological diffuse act". In the following part of the essay the difference between art and architecture is stressed in order to better define the architecture as realized aesthetics theme. Architecture is in fact strictly tied to "making" being it possible only under the circumstantiality of reality. Loos's definition of architect as "mason who knows Latin" is reassessed under this light. The notion of function is also treated discussing its role as an element in the making of aesthetics, using Rossi's and Rykwert's critique of a simple idea of "form follows function". Lodoli's ideas as well as Dalibor Vesely's husserlian reading of architecture are discussed il the last part.

Il saggio affronta il tema del'"estetica realizzata" focalizzandosi sulla maniera peculiare del "fare estetica" nel caso specifico dell'architettura. "Frammenti" della disciplina dell'estetica ricorrono randomicamente nel "discorso" sull'architettura: sia che si tratti di una organica trattazione teorica, sia che si tratti della didattica della progettazione architettonica sia che si tratti dell'interlocuzione tra architetto e cliente. Il progetto infatti si costruisce spesso attraverso un dialogo tra architetto "madre" e cliente "padre" (Filarete, Wright). A tal riguardo l'autore propone originalmente la definizione di progetto di architettura come "atto estetologico diffuso". Successivamente viene stigmatizzata la differenza tra arte e architettura, evidenziandone la rilevanza rispetto al tema dell'estetica realizzata. L'architettura è infatti legata indissolubilmente al "fare" essendo avverabile solo nella circostanzialità della realtà. La definizione di Loos di architetto come "muratore che sa il latino" è, nel saggio, riletta in questa ottica. Viene inoltre preso in considerazione il ruolo della funzione come elemento del fare estetico. A partire dalle critiche di Rossi e di Rykwert si propone la funzione come perscorso tortuoso verso l'essere dell'opera architettonica; in opposizione quindi al "form follows function". A questo proposito vengono citate le teorie dei protorazionalisti (Lodoli). A tal fine viene fatto riferimento a Gadamer. Infine il saggio delinea le attuali condizioni dello status dell'architettura alla luce della lettura di Husserl, che notoriamente ha delineato "la crisi delle scienze europee". A questo riguardo viene fatto riferimento alle elaborazioni di Dalibor Vesely che ha densamente descritto lo status estetico dell'architettura all'interno del passaggio da un universo metaforico a una condizione strumentale.

Sbacchi, M. (2013). Dire estetica, fare estetica con l'architettura. In F.E. D'angelo P (a cura di), Costellazioni estetiche. Dalla storia alla neostetica. Studi in onore di Luigi Russo (pp. 362-365). Milano : Guerini e associati.

Dire estetica, fare estetica con l'architettura

SBACCHI, Michele
2013-01-01

Abstract

Il saggio affronta il tema del'"estetica realizzata" focalizzandosi sulla maniera peculiare del "fare estetica" nel caso specifico dell'architettura. "Frammenti" della disciplina dell'estetica ricorrono randomicamente nel "discorso" sull'architettura: sia che si tratti di una organica trattazione teorica, sia che si tratti della didattica della progettazione architettonica sia che si tratti dell'interlocuzione tra architetto e cliente. Il progetto infatti si costruisce spesso attraverso un dialogo tra architetto "madre" e cliente "padre" (Filarete, Wright). A tal riguardo l'autore propone originalmente la definizione di progetto di architettura come "atto estetologico diffuso". Successivamente viene stigmatizzata la differenza tra arte e architettura, evidenziandone la rilevanza rispetto al tema dell'estetica realizzata. L'architettura è infatti legata indissolubilmente al "fare" essendo avverabile solo nella circostanzialità della realtà. La definizione di Loos di architetto come "muratore che sa il latino" è, nel saggio, riletta in questa ottica. Viene inoltre preso in considerazione il ruolo della funzione come elemento del fare estetico. A partire dalle critiche di Rossi e di Rykwert si propone la funzione come perscorso tortuoso verso l'essere dell'opera architettonica; in opposizione quindi al "form follows function". A questo proposito vengono citate le teorie dei protorazionalisti (Lodoli). A tal fine viene fatto riferimento a Gadamer. Infine il saggio delinea le attuali condizioni dello status dell'architettura alla luce della lettura di Husserl, che notoriamente ha delineato "la crisi delle scienze europee". A questo riguardo viene fatto riferimento alle elaborazioni di Dalibor Vesely che ha densamente descritto lo status estetico dell'architettura all'interno del passaggio da un universo metaforico a una condizione strumentale.
Settore ICAR/14 - Composizione Architettonica E Urbana
Sbacchi, M. (2013). Dire estetica, fare estetica con l'architettura. In F.E. D'angelo P (a cura di), Costellazioni estetiche. Dalla storia alla neostetica. Studi in onore di Luigi Russo (pp. 362-365). Milano : Guerini e associati.
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