Il vertice di osservazione dal quale descriveremo gli elementi dei paragrafi a seguire che, a nostro parere, fondano e sostanziano la psicodinamica delle disabilità, è il vertice psicoanalitico. Secondo l’orientamento psicoanalitico, il sintomo è fondamentale, non perché vada subito silenziato tentando così di eliminare la sofferenza che ne deriva, ma perché come un reperto archeologico, ne va ricercato pazientemente il senso, riconnettendo legami perduti all’interno della vita del soggetto, allargando lo spazio di pensiero, per incrementare la padronanza della vita psichica e il piacere relativo al funzionamento della mente. Il sintomo – di per sé fisso, denso, immutabile, ignorante - va incluso nel continuum vitale della persona, pensandolo come una forma di comunicazione con potenzialità trasformative, una sorta di falla temporale che consente al passato, presente e futuro di prendere contatto tra di loro in entrambe le direzioni (Corrao, 1992). Quindi non si tratta di far corrispondere il sintomo ad una affezione, ma l’interesse centrale diventa la persona intesa nella sua globalità. La sofferenza genera sintomi, frammenti di storia, schegge slegate di sensazioni, emozioni, rappresentazioni; terminali, default che occorre continuamente rinarrare, riraccontare, ricontestualizzare, riproporzionare, per riprodurre e rigenerare nuovi testi narrativi (Corrao, 1987)In questa prospettiva, le condizioni di disabilità più che attrarre concetti di difficoltà, marginalità, esclusione, vanno poste in relazione con la ricerca di una nuova e originale (magari faticosa) adattività. In effetti, le disabilità non rappresentano la specialità di qualcuno (“particolarmente sfortunato”); possono incrociare, in un qualsiasi momento inaspettato, la vita di ognuno, quando un trauma irrompe e contemporaneamente l’ambiente non riesce a contenerne e ripararne, a sufficienza, gli effetti. È cruciale, così, trasmettere una cultura del legame a vantaggio della narrazione del trauma reincluso dentro una rete di relazioni. Fondamentale spostamento d’ottica è la cultura del legame: una visione dove le persone di fronte alle frustrazioni, alle limitazioni, reagiscono da attori, utilizzando le proprie capacità, le proprie qualità, qualsiasi esse siano, per dimostrare le proprie ragioni, anche se ciò comporta una maggior dose di fatica e sofferenza, che costituisce però il vademecum indispensabile per la maturità psichica. Quanto detto diventa ulteriormente significativo quando ad incontrarsi sono due dimensioni di per sè complesse: le famiglie, per comprendere le quali occorre uno ascolto basato sui vertici multipli e reversibili, e le disabilità, che per essere prese in carico necessitano come detto di una cultura del legame e dell’inclusione.

Sabina La grutta, Maria Stella Epifanio (2019). Le Famiglie e le Disabilità. In Aluette Merenda (a cura di), Psicodinamica delle famiglie contemporanee (pp. 139-155).

Le Famiglie e le Disabilità

Sabina La grutta;Maria Stella Epifanio
2019-01-01

Abstract

Il vertice di osservazione dal quale descriveremo gli elementi dei paragrafi a seguire che, a nostro parere, fondano e sostanziano la psicodinamica delle disabilità, è il vertice psicoanalitico. Secondo l’orientamento psicoanalitico, il sintomo è fondamentale, non perché vada subito silenziato tentando così di eliminare la sofferenza che ne deriva, ma perché come un reperto archeologico, ne va ricercato pazientemente il senso, riconnettendo legami perduti all’interno della vita del soggetto, allargando lo spazio di pensiero, per incrementare la padronanza della vita psichica e il piacere relativo al funzionamento della mente. Il sintomo – di per sé fisso, denso, immutabile, ignorante - va incluso nel continuum vitale della persona, pensandolo come una forma di comunicazione con potenzialità trasformative, una sorta di falla temporale che consente al passato, presente e futuro di prendere contatto tra di loro in entrambe le direzioni (Corrao, 1992). Quindi non si tratta di far corrispondere il sintomo ad una affezione, ma l’interesse centrale diventa la persona intesa nella sua globalità. La sofferenza genera sintomi, frammenti di storia, schegge slegate di sensazioni, emozioni, rappresentazioni; terminali, default che occorre continuamente rinarrare, riraccontare, ricontestualizzare, riproporzionare, per riprodurre e rigenerare nuovi testi narrativi (Corrao, 1987)In questa prospettiva, le condizioni di disabilità più che attrarre concetti di difficoltà, marginalità, esclusione, vanno poste in relazione con la ricerca di una nuova e originale (magari faticosa) adattività. In effetti, le disabilità non rappresentano la specialità di qualcuno (“particolarmente sfortunato”); possono incrociare, in un qualsiasi momento inaspettato, la vita di ognuno, quando un trauma irrompe e contemporaneamente l’ambiente non riesce a contenerne e ripararne, a sufficienza, gli effetti. È cruciale, così, trasmettere una cultura del legame a vantaggio della narrazione del trauma reincluso dentro una rete di relazioni. Fondamentale spostamento d’ottica è la cultura del legame: una visione dove le persone di fronte alle frustrazioni, alle limitazioni, reagiscono da attori, utilizzando le proprie capacità, le proprie qualità, qualsiasi esse siano, per dimostrare le proprie ragioni, anche se ciò comporta una maggior dose di fatica e sofferenza, che costituisce però il vademecum indispensabile per la maturità psichica. Quanto detto diventa ulteriormente significativo quando ad incontrarsi sono due dimensioni di per sè complesse: le famiglie, per comprendere le quali occorre uno ascolto basato sui vertici multipli e reversibili, e le disabilità, che per essere prese in carico necessitano come detto di una cultura del legame e dell’inclusione.
Sabina La grutta, Maria Stella Epifanio (2019). Le Famiglie e le Disabilità. In Aluette Merenda (a cura di), Psicodinamica delle famiglie contemporanee (pp. 139-155).
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