Gli spazi non sono: diventano. Un motto che potrebbe essere attribuito al Pim, spazio di sperimentazione teatrale milanese, che nei suoi dieci gloriosi anni si è costruito la propria memoria di teatro col fare, ospitando flussi migratori di danzatori, collettivi teatrali, esperienze di teatro urbano e arte visiva che non avrebbero avuto alcuna connessione tra loro se non grazie a un luogo che è diventato una mappa da esplorare con o senza GPS. Le mappe ci indicano i percorsi ma è difficile cartografare viaggi utopici e dissonanti e situazioni inattese, ma indubbiamente questo luogo cosi appassionatamente vissuto e segnato dall'identità di chi lo ha abitato, sia pur in residenza temporanea, richiama a un viaggio, a un'esplorazione senza orientamento, magari dadaista e situazionista. Il Pim ha offerto in questi anni nuove e inaspettate direzioni di viaggio, degne di una deriva situazionista che reinventa continuamente traiettorie e percorsi conosciuti, sfidando la convenzione del luogo di spettacolo ma anche la convenzione greenberghiana dell’investigazione delle specificità dei mezzi per sporgersi in una prospettiva assai più libera ed efficace, che è quella indicata da Rosalind Krauss. Il critico statunitense, autore di alcune delle più illuminanti pagine di estetica dell'arte contemporanea, ci insegna come la specificità mediale non serve più a caratterizzare né l'opera né la nostra epoca (definita appunto «postmediale») mentre la sua reinvenzione e riarticolazione permette agli artisti di avere strumenti in grado di produrre delle differenze stilisticamente rilevanti. E così spettacoli tecnologici entrano a fornire il loro contributo in una scena italiana deficitaria di innovazione; deficitaria perché ancora oggi si pongono dei limiti e dei vincoli tra 'teatro' e “performance digitale’, per dividere un «atto puro di condivisione» tra l’interprete e lo spettatore e quello «contaminato, assalito e deturpato» dall’interferenza di un mondo tecnologico che pervade quotidianamente le nostre vite. Ma si può ancora seguire la strada che divide arte e tecnica, come se le due cose fossero separate e non potessero minimamente convivere tra loro? La realtà del Pim sfidando questa dialettica ha ospitato nella sua cartografia performance che utilizzano i nuovi media, giovani compagnie (Aldes, Anagoor, Santasangre, Motus) che hanno lavorato sull’incontro-scontro tra linguaggi performativi e nuove tecnologie, per trarre da questa sintesi nuovi sensi, nuovi percorsi, nuove sfide.
Monteverdi AM, Sansone, V. (2015). Cartografie teatrali. Il Pim o della ricerca della dérive situazionista. In Rizzente R, A. Cagali (a cura di), Dieci anni di Pim. 2005-2015. Teatro e arti di uno spazio off (pp. 190-198). Milano : Cue Press.
Cartografie teatrali. Il Pim o della ricerca della dérive situazionista
Sansone, Vincenzo
2015-01-01
Abstract
Gli spazi non sono: diventano. Un motto che potrebbe essere attribuito al Pim, spazio di sperimentazione teatrale milanese, che nei suoi dieci gloriosi anni si è costruito la propria memoria di teatro col fare, ospitando flussi migratori di danzatori, collettivi teatrali, esperienze di teatro urbano e arte visiva che non avrebbero avuto alcuna connessione tra loro se non grazie a un luogo che è diventato una mappa da esplorare con o senza GPS. Le mappe ci indicano i percorsi ma è difficile cartografare viaggi utopici e dissonanti e situazioni inattese, ma indubbiamente questo luogo cosi appassionatamente vissuto e segnato dall'identità di chi lo ha abitato, sia pur in residenza temporanea, richiama a un viaggio, a un'esplorazione senza orientamento, magari dadaista e situazionista. Il Pim ha offerto in questi anni nuove e inaspettate direzioni di viaggio, degne di una deriva situazionista che reinventa continuamente traiettorie e percorsi conosciuti, sfidando la convenzione del luogo di spettacolo ma anche la convenzione greenberghiana dell’investigazione delle specificità dei mezzi per sporgersi in una prospettiva assai più libera ed efficace, che è quella indicata da Rosalind Krauss. Il critico statunitense, autore di alcune delle più illuminanti pagine di estetica dell'arte contemporanea, ci insegna come la specificità mediale non serve più a caratterizzare né l'opera né la nostra epoca (definita appunto «postmediale») mentre la sua reinvenzione e riarticolazione permette agli artisti di avere strumenti in grado di produrre delle differenze stilisticamente rilevanti. E così spettacoli tecnologici entrano a fornire il loro contributo in una scena italiana deficitaria di innovazione; deficitaria perché ancora oggi si pongono dei limiti e dei vincoli tra 'teatro' e “performance digitale’, per dividere un «atto puro di condivisione» tra l’interprete e lo spettatore e quello «contaminato, assalito e deturpato» dall’interferenza di un mondo tecnologico che pervade quotidianamente le nostre vite. Ma si può ancora seguire la strada che divide arte e tecnica, come se le due cose fossero separate e non potessero minimamente convivere tra loro? La realtà del Pim sfidando questa dialettica ha ospitato nella sua cartografia performance che utilizzano i nuovi media, giovani compagnie (Aldes, Anagoor, Santasangre, Motus) che hanno lavorato sull’incontro-scontro tra linguaggi performativi e nuove tecnologie, per trarre da questa sintesi nuovi sensi, nuovi percorsi, nuove sfide.File | Dimensione | Formato | |
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