The book examines the history of eight convents founded in Palermo between the eleventh and the fourteenth centuries from a social, economic, and cultural point of view by reconstructing their foundation, assets, and the profile of nuns and abbesses. The founders gave the convents properties of different value in Palermo and its environs that became their main financial asset. Only half of the convents had a fief that supplied agro-pastoral products for their basic food requirement. Monastic life was considered the best choise for a woman, furthermore, the dowry of the nuns was far less than that given to brides, this avoided drawing on family properties. Nuns lived longer than lay women thanks to better diet and health care and because isolation protected them from violence and epidemics. Convents helped orphans, beggars, and the sick. They had a very close relationship with the city: the municipal archive was kept in San Salvatore and the most crowded city councils were held in the Chapter House of Santa Caterina. After entering the convents, the nuns maintained relations with their families; they could leave the convents to be cured or to go on pilgrimage with a special license. Scandals broke out in some convents. The citizens of Palermo claimed that Santa Caterina was frequented by young and shameless laymen; the nuns of San Salvatore were accused of being slaves to carnal pleasures. In the fifteenth century the painters Giacomo de Comite and Tommaso de Vigilia worked for San Salvatore, Santa Maria del Cancelliere, Santa Maria delle Vergini, Santa Chiara, and San Giovanni dell’Origlione, proof of the important role played by the convents of Palermo in artistic commission.

Il libro inquadra la storia degli otto monasteri femminili fondati a Palermo tra l’XI e il XIV secolo sul piano sociale, economico e culturale, ricostruendo le vicende fondative, il patrimonio, il profilo di monache e badesse. All’atto della fondazione i monasteri ricevettero beni di diversa entità, concentrati nella città e nel territorio di Palermo, che divennero il principale cespite finanziario. Solo la metà dei monasteri ebbe in dotazione un feudo che forniva i prodotti agro-pastorali indispensabili per il fabbisogno interno. La monacazione era considerata la forma di esistenza più alta e perfetta; inoltre, le doti monastiche erano di gran lunga inferiori a quelle matrimoniali e consentivano di non intaccare il patrimonio familiare. Le monache vivevano più a lungo delle laiche grazie a una migliore dieta alimentare e assistenza sanitaria e perché l’isolamento le proteggeva da violenze ed epidemie. I monasteri femminili accoglievano orfanelli, poveri, malati e mantenevano stretti contatti con la città. L’archivio del comune era conservato a S. Salvatore e i cittadini utilizzavano la sala capitolare di S. Caterina per i consigli più affollati. L’ingresso nel chiostro non spezzava i legami familiari e le monache potevano allontanarsi per ragioni di salute o per effettuare pellegrinaggi, con una speciale licenza. Gli scandali non risparmiavano i chiostri. I cittadini di Palermo affermarono che il monastero di S. Caterina era frequentato da laici giovani e spudorati, la monache di S. Salvatore furono accusate di essere schiave delle tentazioni carnali. Nel Quattrocento i pittori Giacomo de Comite e Tommaso de Vigilia eseguirono opere d’arte per S. Salvatore, S. Maria del Cancelliere, S. Maria delle Vergini, S. Chiara e S. Giovanni dell’Origlione, a riprova dell’importante ruolo giocato dai monasteri femminili di Palermo nella committenza artistica.

patrizia sardina (2020). Per gli antichi chiostri. Monache e badesse nella Palermo medievale. Palermo : University Press Palermo.

Per gli antichi chiostri. Monache e badesse nella Palermo medievale

patrizia sardina
2020-01-01

Abstract

Il libro inquadra la storia degli otto monasteri femminili fondati a Palermo tra l’XI e il XIV secolo sul piano sociale, economico e culturale, ricostruendo le vicende fondative, il patrimonio, il profilo di monache e badesse. All’atto della fondazione i monasteri ricevettero beni di diversa entità, concentrati nella città e nel territorio di Palermo, che divennero il principale cespite finanziario. Solo la metà dei monasteri ebbe in dotazione un feudo che forniva i prodotti agro-pastorali indispensabili per il fabbisogno interno. La monacazione era considerata la forma di esistenza più alta e perfetta; inoltre, le doti monastiche erano di gran lunga inferiori a quelle matrimoniali e consentivano di non intaccare il patrimonio familiare. Le monache vivevano più a lungo delle laiche grazie a una migliore dieta alimentare e assistenza sanitaria e perché l’isolamento le proteggeva da violenze ed epidemie. I monasteri femminili accoglievano orfanelli, poveri, malati e mantenevano stretti contatti con la città. L’archivio del comune era conservato a S. Salvatore e i cittadini utilizzavano la sala capitolare di S. Caterina per i consigli più affollati. L’ingresso nel chiostro non spezzava i legami familiari e le monache potevano allontanarsi per ragioni di salute o per effettuare pellegrinaggi, con una speciale licenza. Gli scandali non risparmiavano i chiostri. I cittadini di Palermo affermarono che il monastero di S. Caterina era frequentato da laici giovani e spudorati, la monache di S. Salvatore furono accusate di essere schiave delle tentazioni carnali. Nel Quattrocento i pittori Giacomo de Comite e Tommaso de Vigilia eseguirono opere d’arte per S. Salvatore, S. Maria del Cancelliere, S. Maria delle Vergini, S. Chiara e S. Giovanni dell’Origlione, a riprova dell’importante ruolo giocato dai monasteri femminili di Palermo nella committenza artistica.
2020
Settore M-STO/01 - Storia Medievale
978-88-5509-145-9
978-88-5509-146-6
patrizia sardina (2020). Per gli antichi chiostri. Monache e badesse nella Palermo medievale. Palermo : University Press Palermo.
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